Home
Biografia
Progetti
Foto - Video
Pubblicazioni
Home
Biografia
Progetti
Foto - Video
Pubblicazioni
Musica Albanese
Download
Contatti
 
 

MOS PRIT

«Mos prit» è albanese. Vuol dire «Non aspettare» e usarlo come titolo di un disco è davvero un proclama di poetica. 
La musica, infatti, è sempre dilatazione estrema di attese, è sempre un quieto sospirare, nel qui e nell’ora, tra un passato che non riusciamo a gettarci definitivamente alle spalle e un futuro che abbiamo davanti agli occhi, ma non tocchiamo ancora. La musica è espressione di un mistero cui non possiamo dare nomi, è desiderio di un altro che non c’è ancora, ma che si annuncia nel sogno del suono. È anche ponte che lega e unisce: riempie lo spazio tra Io e Tu cavalcando gli sguardi che si incrociano. 
Non aspettare è un sospiro: «forte di una tradizione, vai avanti!» Perché fare musica non è stare nell’attesa, ma darle corpo, anima e, forse, anche qualche lacrima. 
La scelta dell’albanese non è casuale. Pierpaolo Petta, qui esecutore superbo come sempre, ma anche autore di molti brani e, dove possibile, orchestratore di altri, si porta, infatti, appresso la tradizione della musica arbëreshe, la musica degli albanesi della diaspora. La tradizione gli prude nelle dita, la senti in ogni accordo anche se, a dirla tutta, non è tanto facile definirla e molti musicologi si son rotti le ossa nel tentativo di darle una forma oltre il nome che già ha. 
La tradizione degli albanesi della diaspora è, infatti, il risultato di migrazioni che si sono alternate nel corso dei secoli dal millequattrocento sino a poco prima delle Piramidi e dei Barconi. Una tradizione che si è stratificata nel tempo e in cui ogni nuovo arrivato ha messo di suo una rinnovata nostalgia di casa che si univa al senso di casa di chi nasceva già sul suolo italiano. Così la musica arbëreshe si portava appresso, di secolo in secolo, un po’ di nuova Albania e un po’ d’Italia. Eppure, nonostante i rimandi, i rimpalli, il rincorrersi di suggestioni la musica arbëreshenon sembra più italiana di quanto non sia albanese. E tutta la somiglianza che continua ad avere con l’una e con l’altra, dipende, probabilmente, dalle comuni origini del modalismo che, negli esiti popolari arbëreshe, si risolve in una franca distanza dalla sensibilità tonale del sistema colto occidentale. Il modalismo di stampo bizantino, fondato sull’Oktōēchos che si aggancia musicalmente alla dimensione religiosa ortodossa, si unisce, però, ad un principio di iso-polifonia a tre voci, di cui una di bordone, che ha una vocazione più lirica e scivola nel fronte popolare dellevjershet che sopravvivono anche in Albania. 
Ma le vjershet albanesi sono diverse da quelle arbëreshe soprattutto per una diversa concezione melodica che è quella che poi ci pare di riuscire a cogliere nello stile esecutivo di Pierpaolo Petta. L’iso-polifonia albanese, infatti, individua una frattura netta tra coro e solista. Le due realtà convivono nella loro opposizione. La voce solista può staccarsi dal coro o può guidarlo, ma è sempre altra rispetto alla collettività che pure la accoglie al suo interno. La musica arbëreshe, più vicina alla monodia, risolve questa opposizione privilegiando il «solo» che si fa, però, portavoce di un sentimento collettivo. 
In un certo senso è come se coro e solista si risolvessero in un’unità senza separazioni nette o fratture dolorose. Il sentimento del singolo è quello di tutti e viceversa. E questo sentimento può essere tanto la nostalgia per la patria lontana, quanto l’ebbrezza per le danze delle feste paesane in cui l’elemento italiano trova spazio come un «altro» sempre più vicino. 
Pierpaolo Petta suona l’accordeon (strumento collettivo, popolare, polifonico e, al tempo stesso, profondamente melodico) esattamente con questo sentimento sulle dita e in quel cuore su cui appoggia, per suonarlo, lo strumento. Vuoi che corra sull’onda di un virtuosismo forsennato o che si chiuda nella dolce malinconia della sera; vuoi che sia solo sulla scena musicale, o che si faccia accompagnare da un violino, un basso o, anche, un attore in cerca di melologo, Petta è sempre uno e tutti. 
Mos prit è un disco denso di momenti di grande spessore in cui la cifra distintiva è la discrezione del gesto musicale che ammette malinconia, serenità o gioia, ma mai tragedia. Ha dalla sua il senso arcano del ciclo delle stagioni e del camminare delle stelle sulla volta celeste. Incanta e commuove sempre. 
A voler scegliere un momento su tutti, più che la bella riedizione di Libertango di Piazzolla o la riproposta di piccole scene di teatro col collega di sempre Sergio Vespertino, ci ha colpito la splendida costruzione di La Bambola, che, partendo appena da una minima cellula pulsante, unisce al gusto barocco (e colto) del tema con variazioni un bisogno di sciogliersi in danza. Senza che una cadenza debba informarci di una fine al non aspettare della musica.


Esecutore: Pierpoalo Petta 
TitoloMos Prit 
Etichetta: House of the music

Tracklist: 1) Gemelli (P. Petta) 2) Libertango (A. Piazzolla) 3) The dog (P. Petta - S. Vespertino) 4) Mos prit (P. Petta) 5) Quando me lembro (L. Miranda) 6) Oblivion (A. Piazzolla) 7) Carrubbello (P. Petta) 8) San Lorenzo (P. Petta - S. Vespertino) 9) Rosa nero (P: Petta) 10) La Bambola (P. Petta) 11) O e bukura More (Pop.)

Recensione di Alessandro Izzi


KËRKÍM

(di Gjin Schirò)

Un cd che ci propone la chiave etnica dell’artista, anche se non mancano le improvvisazioni ed i pezzi originali dello stesso

Dopo l’uscita, avvenuta lo scorso anno, di “Mos Prit” e lo straordinario successo ottenuto, il fisarmonicista di Piana degli Albanesi Pierpaolo Petta ci presenta il suo ultimo lavoro discografico “Kërkím” che in lingua Arbëreschë significa “Ricerca”. Il titolo dell’album riporta all’esigenza dell’artista di dover ricercare sempre nuove sonorità, nuovi linguaggi musicali, nuovi suoni, realtà importantissime che forniscono quei nuovi stimoli di cui un musicista si serve per poter andare avanti. ‹‹ Ad un anno di distanza uscire con un altro lavoro discografico – dichiara il musicista - è stata un’impresa ardua ma soprattutto quasi obbligata, infatti il primo lavoro è stato accolto con grande favore dal pubblico che mi ha fortemente incoraggiato a riproporre brani nuovi che fanno parte del mio percorso artistico e della mia ricerca musicale. Non a caso ho scelto il titolo “Kërkím”, parola che esprime il mio cammino ›.

Lasciando momentaneamente, ma non del tutto, le sonorità tipiche del jazz, il musicista ha voluto far conoscere una parte di se ancora forse troppo nascosta, la parte più popolare, quella legata alla propria terra ma anche alle sonorità provenienti da altri paesi: sono presenti brani albanesi, bulgari, manouche e nel realizzare i dodici brani che compongono l’album si fa accompagnare da grandi musicisti del panorama siciliano, e stiamo parlando di Agostino Cirrito - sax, Larsen Genovese – violino, Michele Piccione – percussioni, Gero Pitanza – chitarra, Benedetto Basile – flauto. Un cd che ci propone la chiave etnica dell’artista quindi, anche se non mancano le improvvisazioni ed i pezzi originali dello stesso alcuni dei quali eseguiti in solo. Anche in questo lavoro sono presenti alcuni brani che hanno le edizioni Rai Trade che quindi si ha la possibilità di ascoltare in televisione. Come ultimo brano del cd, quasi un omaggio alla sua cultura, cantato dallo stesso si ascolta “Jemi Arbëreshë – Siamo Arbëreshë”. Kërkím sarà a brevissimo in vendita sul circuito Amazon.

ZJARRI

Di Linda Gatto

“Zjarri” è il terzo dei lavori realizzati dal Maestro Pierpaolo Petta, fisarmonicista e compositore Arbëresh di Piana degli Albanesi .  I precedenti sono “Mos prit” (Non aspettare), e “Kërkim” (Ricerca). Trovo, a mio parere, esista tra le Sue “creature”, un leitmotiv ma al contempo esse narrano diverse “storie”: ascoltarle, assaporarle ne offre contezza.  “Zjarri” è  πρόδρομοϛ del contenuto e non solo perché significhi realmente “fuoco”, o perché contenga un “Piece”che ne porta il titolo: perché fuoco è quello che si percepisce all’ascolto, una scoppiettante esplosione di note “bianche e nere” , dove per bianco e nero non  mi riferisco solo a suoni naturali o alterati che si susseguono, inseguono, si muovono, danzano, ridono beffardi e sorridono e incantano, cantano e parlano, e incantano ancora, producendo quel calore di un certo “ El no sé que”, che pervade ogni cellula dell’essere. Una sorta di Duende lorchiano, una prepotente energia creativa ed interpretativa, che non ha nulla a che vedere con la maestria tecnica o con la disciplina artistica del M° Pierpaolo Petta, è una forza piacevolmente oscura dalla quale lo sento pervaso, “agitato” da passione e sensualità nel culmine dell’atto creativo, forza contrapposta, tuttavia, alla delicata grazia luminosa e ordinatrice,  simboleggiata dai due brani cantati, “Ave Maria” e “Lulja e Majt”.  Duende che irrora, oserei dire, permea le composizioni e le esecuzioni del Maestro che recano in sé come un potere “Brujo” che da Lui si irradia coinvolgendo il Suo pubblico. Le opere del M° Petta posseggono un’energia attraente alla quale non si resiste, la cui malia irretisce i sensi e la mente, il tutto polarizzato attorno al concetto “socratico” di stato ineffabile, da cui scaturisce un elenco di sinonimi: emozione, sublimazione, ispirazione, rivelazione, incanto, luce, malia, estasi, fascino, bellezza, carisma, aura, eccitazione, vertigine... Nella Sua melodia, trova rifugio l’emozione della storia Arbëresh, melodia che salta da ieri a oggi, viva e piena di palpiti, grazie al φυσώ αρμονικός”, al soffio armonico, della fisarmonica del Maestro. Musica che definisce le peculiarità Arbëresh, che il tempo e le contaminazioni  linguistico-culturali cercano inesorabilmente di cancellare. Le “melodie vive” e al contempo “antiche”, composte da Pierpaolo, rappresentano memoria della cultura dell’Arberia, e attraverso Lui, giungono fino a noi. Musica a tratti dolce ma al contempo ardente, la musica del maestro Petta a l primo ascolto può giungere a noi come allegra, rossa  e calda come Zjarri,  che scotta perché scaturisce dalla punta della fiamma; sobria  ma a volte scherzosa,  dispettosa e imbibita di delicatissima, sottile, insinuante sensualità. 

La fisarmonica nel Jazz

“La fisarmonica nel Jazz – dalle origini ad oggi”, Zaccaria Editore, è la prima pubblicazione di Pierpaolo Petta, fisarmonicista e compositore di tutto rispetto, candidato, sicuramente, a scrivere il suo “pezzo di storia” nel panorama musicale nazionale. Il lavoro editoriale vanta la prefazione di Peppino Principe, classificato il più brillante fisarmonicista italiano, che ne impreziosisce il contenuto. È una pubblicazione importante, frutto di un certosino lavoro di ricerca che raccoglie, in maniera ordinata e con uno stile di scrittura di facile comprensione, la storia della fisarmonica nel genere jazz, attraverso i personaggi che l’hanno scritta con il loro talento, a volte innato, alimentato da una evidente smisurata passione. Un libro utile in quanto cataloga le miriadi di informazioni sull’argomento che si trovano in rete diventando, pertanto, un volumetto ottimo anche per i non “addetti ai lavori”. È così il libro di Pierpaolo Petta sembra essere esso stesso una fisarmonica dove i tasti e i bottoni sono i musicisti e compositori protagonisti della fisarmonica nel jazz ed il mantice unisce tutte le sonorità come si trattasse di un’unione dei popoli di tutto il mondo attraverso ritmi tradizionali e moderni. Non a caso l’autore ci fa conoscere i pionieri americani, francesi e italiani della fisarmonica nel jazz analizzando, con altrettanta accuratezza, anche lo scenario moderno. Con “La fisarmonica nel jazz” abbiamo la conferma di come il talento e la passione non abbiano età, colore di pelle o sesso. Così come sfatiamo la convinzione che la fisarmonica sia esclusivamente uno strumento folcloristico legato alla tradizione popolare. In realtà questo strumento, che possiamo definire “nobile” perché nobile è già l’arte della musica, lo troviamo “protagonista” nei concerti mondiali più importanti nonché nelle colonne sonore più famose. La pubblicazione è arricchita da fotografie storiche che la rendono più viva. Così se si ha un po’ di “simpatia” per la fisarmonica e ci si addentra nella lettura del testo basta poco per immaginare le dita di questi artisti “danzare” sulle due tastiere fin quasi a spiccare il volo.

E se per un attimo ci si lascia andare in una lettura appassionata si ha l’impressione di essere avvolti dalle intense sonorità jazziste fino a sentirsi “dentro” la storia della fisarmonica nel jazz.

 

Elisabetta Gonnella

CD_Esterno
Kerkim2Foto_ZjarriLa_fisa_nel_jazz
Site Map